Quando pensiamo alla cucina e ai sapori in vacanza, noi italiani siamo sempre un po’ diffidenti. “La nostra cucina è la migliore del mondo”, ma perché non lasciarci conquistare, almeno una volta, dai sapori che provengono da oltre i confini? Del resto la proposta enogastronomica mondiale è davvero ricca e variegata, come ci dimostra la Repubblica Dominicana.

Non è un caso che la sua capitale, la bella Santo Domingo, sia stata eletta Capitale gastronomica dei Caraibi per il 2019 dal consesso dell’Accademia ispanoamericana della Gastronomia. Una scelta che premia la particolare ricchezza e varietà della cucina creola, che unisce elementi di ispirazione coloniale – in particolar modo dei sapori spagnoli – a tipicità autoctone, come la cucina degli indiani Tainos e ad altre influenze regionali, particolarmente dei paesi africani.

Un “calderone dei sapori” che nel corso dei secoli ha saputo ulteriormente arricchirsi e distinguersi rispetto a tutti i paesi vicini, pur mantenendo saldi i suoi elementi cardine, ingredienti di facile reperibilità, presenti sull’isola di Hispaniola o importati dai paesi con i quali intrattiene maggior rapporti commerciali.

Nella cucina dominicana, in sostanza, non mancheranno mai il riso e la carne, il pesce e i fagioli ma anche il platano, un frutto molto simile alla banana che ha un maggior contenuto in amido, e può dunque essere consumato sia cotto che crudo, al forno, fritto, sotto forma di chips essiccate ed è presente in innumerevoli preparazioni.

I piatti più famosi della gastronomia della Repubblica Dominicana sono un incontro di sapori agrodolci, prelibatezze che raccontano sulla tavola l’evoluzione storico-culturale di un paese davvero interessante. Il sancocho, ad esempio, viene preparato con una base di carne bovina e arricchito con patate, platano e yucca, condito con molti aromi e servito generalmente insieme a una pannocchia. La bandera (ovvero bandiera) si prepara invece con riso, fagioli e carne, servite affiancate in tre “strisce” che rappresentano proprio una bandiera. Con gli stessi ingredienti si realizza poi il moro, aggiungendo però della noce di cocco.

Chi preferisce i piatti di pesce potrà invece deliziarsi con il locrio, simbolo del buon mangiare creolo a base di riso, gamberoni, gamberi e pesce azzurro; sfiziosissime, quasi simili a uno street food, sono invece le palline di bollitos de yuca (yucca fritta con ripieno di formaggio o polpa di granchio), tostones (platano fritto) e empanaditas (yucca, formaggio e carne panate e fritte).

Tipico di molti paesi latinoamericani è anche il dulce de leche, che viene preparato utilizzando latte e cocco, mentre più tipicamente dominicano è il majarete, un dessert che ricorda molto da vicino il budino, con l’aggiunta di cocco, cannella, vaniglia e cioccolato.

Se ci si trova a Santo Domingo, sono molti i locali consigliati, tra i quali il Jalao (nel quartiere coloniale) guidato dalla chef Noemi Diaz e che propone unicamente la cucina dominicana più classica.

Buche Perico è l’indirizzo adatto per chi vuole sperimentare ingredienti tradizionali in chiave moderna, mentre al Time si assaggiano solo ricette vegetariane e a “impatto zero”, poiché gli ingredienti provengono dalle zone circostanti.

Del resto gli chef dominicani sono famosi ben oltre i confini nazionali: da Martin Omar a Maria Marte, passando per Ines Paez (Chef Tita), i cucinieri isolani hanno saputo portare avanti una tradizione secolare di “saperi e sapori”, affrancandosi dalla sola cucina creola ed esportando in tutto il mondo una voglia di promuovere una gastronomia speziata, alternativa, piacevolmente gustosa e oggi promossa culturalmente anche nelle grandi città occidentali, da New York a Madrid.

Articolo a cura di Stefano Maria Meconi